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Alziamo i calici e partiamo!!!

Se t’vu stê ben, mâgna fôrt e bev de’ ven. (Se vuoi star bene, mangia molto e bevi vino.)
No, tranquilli miei campeggiatori non sono ubriaco, ma con l’arrivo dell’autunno ho voglia di farvi conoscere un’altra delle specialità delle mie terre. Siete pronti?
Sedetevi vicino a me, ho una storia da raccontarvi.

Le testimonianze della produzione del vino, del buon vino, in questa zona si perdono nella storia. Probabilmente la viticoltura fu introdotta dai greci attraverso il mare. La prova più antica della viticoltura in Romagna è data da una frase latina scritta su una lapide dedicata a metà del III sec. d. C: “Itemq. negotiantes vini supernat et Arimin.” (“Parimenti anche Rimini eccelle per i negozianti di vino”). I vinai al tempo dovevano essere ritenute persone piuttosto facoltose, del resto Rimini era il porto più importante dell’Adriatico e centro nevralgico del commercio compreso quello del vino.
Anche Marco Terenzio Varrone (116-27 a.C.) ci racconta che il popolo etrusco costruì città e piantò vaste quantità di viti come i trebbiano. Con l’arrivo di questi vitigni, la vitis vinifera prese il sopravvento sulla più selvatica vitis labrusca, citata dal grande Virgilio nelle Bucoliche, che cresceva spontaneamente nella bassa pianura romagnola e da cui è nato il lambrusco.
Varrone ci parla anche delle viti di Faenza e di Rimini, dicendo che le campagne romagnole erano le più produttive di vino di tutta la penisola. Non solo Varrone ha parlato della viticoltura, ma anche Catone (De agricoltura), Plinio il Vecchio (Naturalis historia) Virgilio (Georgiche), Columella, Palladio Rutilio. Insomma parlare di vino era già di moda a quei tempi ancora prima dell’arrivo di Andreas Larsson e Enrico Bernardo!!!

Molto probabilmente sono stati proprio i romani a decidere, in maniera definitiva, la scelta dei vitigni: il Trebbiano, ad esempio, veniva chiamato il vino dei legionari. Anche le tecniche di lavorazione hanno subito grandi sviluppi grazie agli antichi romani. Infatti è a loro che si deve il passaggio della pigiatura fatta con i piedi alla minuziosa lavorazione delle uve fatta con il torchio. Per amore della storia, poi, vorrei precisarvi che solo dalla fine del II a.C. i romani cominciarono a distinguere i vigneti e i loro vini. Prima di allora esisteva una sola qualità di vino e l’annata veniva ricordata in base al nome del console in carica in quel momento.
Plinio il giovane ha denominato “mecenatiani” i vini romagnoli poiché il primo fan di questi vini era proprio Mecenate. E’ a lui che si deve il nome del vino Cesenate, uno dei più famosi tra gli 80 vigneti e le 135 qualità.

I Greci e gli Egizi usavano cuocere i mosti così che aumentasse il contenuto zuccherino e la corposità del vino. Pensate che alcune cantine ancora oggi usano questa tecnica…

Sempre al vino e la sua storia sembra si debba l’origine del nome della città di Bertinoro (piccola città tra Forlì e Cesena) famosa come luogo di nascita dell’Albana di Romagna. Anche questo vino fu introdotto dai romani, ha un colore dorato e viene prodotto esclusivamente nelle province di Bologna, Forlì, Cesena e Ravenna.

La leggenda legata a questi luoghi racconta che durante l’estate del 435 d.C. la principessa Galla Placida, figlia dell’ultimo imperatore dell’Impero romano unito Teodosio, decise di lasciare Ravenna (allora capitale imperiale) per trasferirsi in collina per sfuggire alla malaria. Durante il suo viaggio si fermò presso il Monte dell’Uccellaccio dove gli abitanti le offrono un calice di terracotta contenente un vino bianco locale noto come Albana. La principessa estasiata dal sapore di quel vino pare che esclamò: “Non di così rozzo calice tu sei degno, bensì di berti in oro, per rendere omaggio alla tua soavità!”. Così, almeno leggenda racconta, da quel momento il nome del paese passò da Monte Uccellaccio a Bertinoro. Direi che è andata bene ai cittadini di Bertinoro, che ne pensate?

Visto che siamo in tema e non voglio scontentare gli amanti del vino rosso, adesso vi racconto anche la leggenda legata ad uno dei miei vini preferiti il Sangiovese.

Per un vero romagnolo il Sangiovese è un vero e proprio ricordo d’infanzia. Infatti da generazioni è d’uso far assaggiare un goccio di questo nettare anche ai bambini (voi però non fatelo mi raccomando!!!!)

La leggenda dell’origine del nome parte dall’antico convento di Santarcangelo, dove i padri cappuccini (viticoltori di fama) ospitarono un giorno un vescovo molto importante. Durante il banchetto fu servito un calice di vino rosso e l’ospite, data la bontà, volle sapere il nome del pregiato vino. Fu uno dei monaci ad improvvisare una risposta, infatti, ispirato dal colore rosso intenso e il nome del colle dove sorgeva il monastero rispose “Sangue di Giove”. Pian piano il “Sangue di Giove” divenne appunto Sangiovese.

Se avete voglia di degustare un buon calice di Sangiovese accostatelo alla piadina o un buon piatto di pasta fatta dalle dolci mani delle sfogline.

Che voi siate amanti del vino rosso o del bianco mi raccomando di non eccedere mai. Anzi vi suggerirei di trovare una buona bottiglia, di chiamare qualche amico e gustarla qui con noi al campeggio con in sottofondo il rumore del mare!!!!

 

Ci vediamo presto per nuove avventure!!!